Vogliaditerra

4 luglio 2010

Gli expat

Da sempre il contadino i blog degli expat (espat) gli interessano non per niente:

In Italia, se ci si trova in casa altrui, si verrà accolti con l’offerta di qualcosa da bere o da mangiare. A questa offerta, si risponde di no; a questo no, l’ospite insisterà; all’insistenza, si rimarca il no; l’ospite offrirà ancora una volta da bere o da mangiare; si declina educatamente; l’ospite si premurerà di chiedere se si vuole dell’altro; a questo punto, si chiede un caffè o qualcosa di simile. Comincia la conversazione.

In Germania, quando si arriva a casa di qualcuno, viene chiesto se si vuole qualcosa da bere. Se si risponde di sì, si aggiunge cosa si vuole. Se si risponde di no, l’argomento cade e si passa ad altro.

Apparentemente il metodo tedesco è più logico: sì significa sì e no significa no. Semplice e lineare…

Ma ancora dopo vent’anni non riesce mica a gestire situazioni di questo tipo. Se fanno i complicati non capisce se lo vogliono sì o no ‘sto caffe e lascia perdere…

E per il resto: l’analisi migliore che ha mai letto sulle differenze nei linguaggio culturali nord-sud.

Commenti:


  1. Ricostruendo la dinamica degli eventi, ultimo incontro:

    Ste- Prendete un caffè?
    M. – mmmm…sì, grazie
    .
    .
    M. -anzi, NO, è troppo complicato!!
    Ste offeso – Non è complicato
    M. – Cavolo! devi accendere la stufa a legna( a giugno:-/ )! davvero, non lo bevo mai nemmeno a casa ( verità )
    Ste – Che ci vuole
    M. – davvero Ste, non importa ( ahia, toppato, non importa = lo prenderei ma visto che è complicato.. )

    ecc. ecc

    Incontro precedente, inverno:
    Ste – Il caffè è pronto, lo volete?
    M. – Oh, SI’, grazie!!
    Ste – Latte?
    M. – SI'( lo versa nella tazzina )
    .
    .
    M. – Ma tu non hai mucche ( ? )…
    Ste – E’ di pecora


    meeme

  2. Ma credevi che ti facevo il caffè sulla stufa di giugno? Abbiamo anche le bombole del Gas!

    Proviamo la versione italiana la prossima volta, credo che ho imparato qualcosa adesso!


    ste

  3. Sarà che ho o credo di avere antichissime origini polacche,
    ma da parte mia un no è un no e un sì è un sì, mi raccomando non incartiamoci nei convenevoli, rimani svizzero come sei, sennò non ne usciamo 🙂
    Eh sì eh…mi credevo che me lo facevi così il caffè,
    anche nel mio uliveto o così o nulla, d’estate rinunciamo, figurati se vengo a trovarti e ti metto in croce!


    meeme

  4. Tanto del male che ci circonda è dovuto a questa finta cortesia, questa ipocrita necessità di effettuare questi ed altri riti.

    Confermo, anche io le prime volte che andavo in Croazia a trovare la morosa rifiutavo sempre… e l’offerta era unica ed univoca! Quante volte senza caffè, senza birra, senza cibo… Un no è un no, e per loro offrire nuovamente era un’offesa.

    Quanta strada dobbiamo fare ancora?


    joe

  5. C’è poco da fare: non basta capire le parole e sapere anche qualcheduna, bisogna anche capire quel linguaggio culturale, e se non te lo correggano nemmeno le parole e la grammatica sbagliata figurati che ti spiegano queste sottilezze, magari perché nessuno si rende neanche conto quanto è condizionato il suo comportamento di queste usanze.

    Cmq ero straniero già in Svizzera, ci sono quelli nati strani(ieri).


    ste

  6. Ste: ma tu bevi lo bevi il caffè o no?

    Io attualmente non riesco a farne a meno alla mattina; in pomeriggio lo bevo ogni tanto, la sera mai.

    Anch’io mi sento abbastanza straniero in terra natale (Italia), ma nel frattempo mi stanno pesantemente sui maroni anche i crucchi (in media, si intende). La prova provata: il modo in cui si fanno schiacciare da chi votano ed il modo in cui discriminano chi è più debole di loro.

    Sul piano dei rapporti umani, le convenzioni servono a comunicare anche se non si ha nulla da dire, a fare gruppo, a vincere lo sgomento del non conoscersi.

    Il rituale del rifiuto prende il curioso nome di “fare i complimenti”. Forse perchè l’ospite indica con il suo atteggiamento di non essere all’altezza dell’offerta. Se fosse così, si tratta di segno di rispetto, di raffinata cortesia, di apprezzamento (appunto un complimento). Chi l’avrebbe mai detto?

    Bacio le mani!


    Geppetto

  7. Ho sostituito il caffè di mattina con un litro abbondante di tè, poi prendo uno/due durante la mattinata secondo la fiacca e la vicinanza di bar o casa, e uno dopo pranzo/pisolino. Nessun caffè dopo le cinque senno non dormo fino le tre di mattina.

    Ho sentito che sarebbe il primo prodotto per valore del commercio mondiale.

    Se mi baci le mani senti il grasso della falciatrice adesso 😉


    ste

  8. Rinuncio 🙂


    Geppetto

  9. Mi è stato detto che in Giappone il “no” non lo dicono neppure. Se si risponde con tono imbarazzato e incerto “sì”, l’interlocutore capisce che in realtà significa “no” e non insiste.. strani davvero, però almeno denota una grande sensibilità


    fabri

  10. ahem credo che in Italia – anch’io sono piuttosto stran(ier)a anche se non all’anagrafe – la domanda giusta non sia ‘volete un caffé?’ ma ‘caffé quanti’? neanch’io prendo mai il caffé la sera se no difficilmente chiudo occhio, ma ho l’impressione che il grosso della gente lo prenda.

    io comunque mi irrito quando insistono troppo col ‘ma davvero non prendi niente?’ ‘ma niente niente niente?’ ‘ma nemmeno un biscottino che li presi ora freschi freschi in pasticceria?’. un po’ d’insistenza è educazione, ma il troppo come sempre stroppia.

    (l’erede duenne in vana ricerca di asini è rimasta es-ta-sia-ta da tutto quel che ha visto ed in particolare dalla discesa ritta piena di foglie e terra fine, dal generatore eolico, dal sasso con la serratura in cui ha voluto infilare il dito ma soprattutto dai gatti)
    ciao


    barbara m.

  11. provate a comprare qualcosa in un negozio dell’africa mediterranea o in asia/medio oriente:

    occidentale: quanto costa?

    venditore: 10

    occidentale: ecco i soldi

    venditore: (pensa: ma tu guarda sto cafone ignorante buzzurro!)
    …..

    stessa scena, stesso posto ma con compratore e venditore connazionali:

    compratore: quanto costa?

    venditore: 10

    compratore: è troppo. per me vale 5.

    venditore: lo hai guardato bene? come questo non ne trovi in giro. se ti sei fermato qui vuol dire che ti piace e ti serve. posso vendertelo a 9.

    compratore: fammelo provare. (lo prova, lo usa, se lo gira e rigira tra le mani) eh ma sembra che abbia un difetto. guarda qui. posso darti 6.

    venditore: dai a me! guarda come lo uso io. (inizia a fare lo “stress test”) lo puoi strapazzare. puoi girarlo così e anche così. resiste! funziona! guarda che roba! te lo vendo a 8

    compratore: mmmm…no guarda…è troppo. non posso. tu non vuoi venderlo nemmeno a 7. peccato. mi serviva e sembra essere buono. vado via. ciao. (fa per andarsene)

    venditore: (lo rincorre) aspetta! dove vai? parliamone! guardalo un’altra volta! provalo!

    compratore: (si lascia agganciare e ritorna. lo prova un’altra volta. lo gira e rigira tra le mani.) vendimelo a 7.

    venditore: eeeh…7….va bene…te lo vendo a 7.

    compratore: ecco i soldi. ho fatto un buon acquisto ed è stata una bella giornata 🙂 ciao

    venditore: sapevo che avremmo trovato un accordo. è stata una bella giornata anche per me 🙂 ciao

    ….la scenetta l’ho tagliata, ma è normale che duri di più, e in alcuni casi scatta anche il the (lì non c’è rifiuto. si accetta volentieri senza tentennamenti)

    molti “occidentali”, che dall’alba al tramonto “credono” di essere sempre in ritardo per qualcosa, odierebbero perdere tempo in questo modo. infatti nell’africa mediterranea e in asia/medio oriente infarti e ictus sono le malattie “dei turisti”

    da piccolo godevo nell’assistere a scenette simili a palermo, quando mia madre doveva comprare un semplice paio di jeans in una bancarella a ballarò 🙂

    adesso c’è il centro commerciale. corri corri…che fai tardi :-p

    potrebbe sembrare fuori argomento, ma è riconducibile alla diversità dei rituali di offerta-accettazione 🙂


    gianfranco

  12. Meglio d’ictus ad 80 che d’AIDS, di noia o di vecchiaia a 50.

    gianfranco: Hai fatto benissimo a scrivere e non mi pare proprio fuori argomento. La prossima volta che ci vado, mi metto il tovagliolo in testa e la vestaglia, che così i venditori non mi scassano i maroni.

    Se ti vedono turista grasso di grana ti salutano e sorridono. Se ti credono un barbone, ti sputano addosso.

    Il mondo è tutto uguale da sempre: Il Sud non è meglio del Nord, il passato non è diverso dal presente e quindi nemmeno dal futuro.


    Geppetto

  13. Pensavo Ste..peccato che mi pare tu non abbia lo zerbino sennò prima del caffè era bellina la sceneggiata dove io ti faccio vedere che mi pulisco bene le scarpe, tu mi dici entra e io dico forte in avanti verso il fondo della casa
    -Permesso?
    (Le nostre mamme ci tenevano parecchio, che cafonaggine entrare se ti dicono entra )
    Lo fate anche in Germania?
    questo sta nella categoria italiana ” fare i complimenti “


    meeme

  14. meeme: perdona l’intromissione.

    Al “permesso” avevo pensato anch’io. Tipico. Mi ricorda un amico che abitava al piano di sotto. L’ho imparato da lui, non da mi madre che era crucca.

    Mia nonna di Venezia era solita dire “Comandi!” se le si rivolgeva la parola. “Nonna?” “Comandi!”. Che bei tempi! Anche oggi pero’.

    In Germania ci si pulisce le scarpe e non si chiede permesso: Vero, Ste?

    In Scandinavia, se non ricordo male, le scarpe si tolgono.


    Geppetto

  15. Il “E’ permessooo?” ho imparato bene e facile e mi piace molto. In Svizzero si entra dopo essere invitati da farlo, credo, ma i miei amici non fanno parte della Hochkultur di Knigge sicché non lo so neanche adesso… le scarpe sì, anche se sono pulitissimi, è spesso simbolico mentre qui da me inutile 🙂

    @Gianfranco: Quando ero in Marocco ho imparato il fattore 1,5: Il prezzo vero giusto è circa 70% di quel che dicono, più la tassa per i ricchi, mentre le distanze sono da moltiplicare:

    “Vieni con me al souk, sono solo 4km da qui” e son 6km

    Il bello era come calavano i prezzi quando capivano che non avevamo molti soldi davvero, e qualche Mohammemd o Ahmed diventava quasi tutore a proteggere quei giovanotti stranieri smarriti. E avevano ragione.


    ste

  16. Che intromissione!??
    E’ strano il blog di Ste, in genere gli “ avventori” dei blog si rivolgono la parola,
    sarà l’influsso teutonico 🙂
    Io emigrerei da un paese dove la persone che entrano si tolgono le scarpe,
    non posso vedere i calzini sudati sul marmo ( ho sempre abitato sul marmo ).
    Mi avete convinto, il ” permesso ” ha una sua bella funzione di cuscinetto,
    ora ne andrò orgogliosa.
    C’è voluto uno svizzero ( questo qui ) per sapere che ” ciao ” viene dal veneziano e ha il significato di “schiavo vostro” ,
    siamo vicini al ” comandi ! ” della nonna.


    meeme

  17. Servus!


    ste

  18. Esattamente, meeeme.

    In moschea si tolgono le scarpe: penso dunque che anche nel mondo muslim si dovrà far così.

    Sulla moquette o sui tappeti le impronte non lasciano alone, ma pensa se qualcuno … no, mi trattengo dallo specificar.

    Ad ogni modo la miglior pavimentazione è per me quella in piastrelle, ovvero in marmo. Se poi fornisci agli ospiti dei ciabattoni fatti apposta, te lo tirano a lucido loro.


    Geppetto

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