Vogliaditerra

30 settembre 2007

Tutto quello su Ikea che hai mai osato di chiedere

Nel era del individualismo etico (sei tu che decidi sulle implicazioni morali delle tue azioni e se sono accettabile o meno per te; non c’è più una istanza che ti da la ricetta anche se veramente qualcuno prova ancora) dovresti sapere un minimo sui prodotti che compri. Sai com’è e dov’è cresciuto il grano per la pasta nel piatto e che il Coltan nel tuo cellulare fa morire nel Congo. Oggi nel mondo occidentale una persona con una formazione decente non può dire che non sapeva e comprando o meno un certo prodotto porta la sua piccola fetta di responsabilità: per la terra, l’acqua, l’aria, gli animali e uomini sopratutto.

ikeaE questo naturalmente vale anche per i mobili preferiti. Nella casa editrice Lindau esce questa indagine (e per correttezza va detto che questo post prende spunto dalla proposta di loro di inviare una copia al contadino – proposta gentilmente rifiutato mentre lui tiene la tematica importante da sé). In rete si trova un articolo su Le Monde Diplomatique e addirittura un sito Bad Ikea. Questa simpatica ditta non è quotato in borsa e controllato o certificato da nessuno…

IKEA è oggi uno dei brand mondiali più conosciuti e amati, specialmente dai giovani – è stato calcolato che un bambino su dieci in Europa viene concepito in un letto IKEA. Con la sua immagine pulita, i prezzi bassissimi, i mobili carini, IKEA in apparenza è una azienda modello, attenta all’impatto ambientale delle proprie lavorazioni e rispettosa dei diritti dei lavoratori.

Così vuole apparire agli occhi del grande pubblico la multinazionale del prêt-à-habiter. Ma la sua immagine di azienda etica è frutto di pratiche effettivamente responsabili o solo di un’ottima strategia di comunicazione?

Negli ultimi anni si sono moltiplicate le denunce di sfruttamento del lavoro minorile nei Paese sottosviluppati, le denunce dei sindacati circa il mancato rispetto degli orari di lavoro contrattuali, quelle dei fornitori costretti a lavorare a condizioni inique, l’impiego di materiali pericolosi per la salute come la formaldeide o per l’ambiente come il PVC negli imballaggi…

L’ONG belga Oxfam-Magasins du monde ha voluto saperne di più e ha avviato un’inchiesta per far luce sulle modalità di lavorazione dei prodotti IKEA, sul sistema di approvvigionamento del legname e sull’applicazione delle norme di rispetto ambientale, sulle condizioni di lavoro dei suoi dipendenti diretti e di quelli dei suoi subappaltatori.

La conclusione è che gli impegni assunti da IKEA, per quanto lodevoli e concreti, sono insufficienti a garantire soluzioni accettabili per la salvaguardia dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori. Tanto più che, nell’ottica di un riserbo portato all’estremo, i suoi bilanci e i controlli effettuati in base al codice di condotta interno all’azienda (IWAY) non sono accessibili al pubblico.

L’IKEA è dunque il soggetto ideale per una seria inchiesta giornalistica condotta senza pregiudizi ideologici alla ricerca di una verità scomoda.

Questo libro però non parla soltanto di IKEA , ma anche (soprattutto?) di noi .

Il modello di sviluppo che, direttamente o indirettamente, è incoraggiato dalle pratiche del gruppo – acquistare sempre più cose, a un prezzo sempre più basso, da conservare per un tempo sempre più breve – è incoerente con un discorso sociale ed ecologico credibile. Per questo la responsabilità di accettare o rifiutare un modello di sovraproduzione e sovraconsumo ricade su noi acquirenti: scegliamo di consumare meno e meglio, in modo più equo, ribellandoci alla dolce influenza delle multinazionali.

L’agile volume di Bailly, Lambert e Caudron è una lettura sorprendente, una serrata inchiesta giornalistica sull’universo IKEA , condotta sul filo di preziose – e anonime – testimonianze di lavoratori e fornitori che compongono la galassia IKEA in tutto il mondo, dal Vietnam alla Bulgaria, dall’India al Belgio. Dati alla mano, ne risulta un quadro inquietante, certo molto diverso dall’immagine accattivante che la multinazionale svedese ha in tutto il mondo.

« Attualmente IKEA mantiene il massimo riserbo sulla lista dei suoi fornitori e dei paesi d’origine del suo legname. IKEA non rivela i propri conti. IKEA nasconde la propria struttura giuridica. Più che informarci, IKEA ci dà in pasto storie che non stanno né in cielo né in terra, delle saghe farcite di aneddoti su un sedicente miliardario spilorcio.»

Commenti:


  1. Ma guarda un po’. Proprio in questo periodo devo cambiare casa e quindi ho a che fare con mobili, elettrodomestici, etc. Avevo pensato di andare a dare un’occhiata all’Ikea piu’ vicina, poi un paio di siti (tra cui proprio l’articolo di Monde diplomatique che hai linkato) mi hanno fatto passare la voglia. Niente piu’ Ikea per me.


    upuaut

  2. Siamo nell’era del Mulino Bianco, sbaglio?


    Corsaro

  3. Ma la democrazia, il cambiamento socio-economico lo devono portare le multinazionali in un Paese? Se Vietnam, China & compagnia cantando non sono Paesi in cui vige il sistema del welfare occidentale, cosa si fa? si lasciano marcire indietro?

    Che ci vada Ikea, cosi come Nike, Adidas e tutti gli altri super-big, può solo dare la speranza che le cose cambino. Perchè Sapere è Potere.


    Andreas

  4. Mah, sono punti di vista. Il discorso del comprare di più e tenere le cose per meno tempo è discutibile, io ho sempre preso mobili ikea, e sono 10 anni che mi seguono. Non solo, essendo così versatili possono essere usati in modo diverso man mano che un figlio cresce, ad esempio, mentre conosco tante coppie che vogliono liberarsi dopo 3-4 anni delle costosissime camerette per bambini piccoli ormai inutili quando i figli crescono un po’. E’ la mentalità che fa la differenza. Per il resto, sarebbe da approfondire.


    Michela

  5. ikea è un vero inferno, anzi un vero e proprio girone infernale
    1) non è vero che si risparmia, la cucina da me acquistata è costata più di una scavolini
    2) provate ad andare ad ordinare una cucina: risultato
    una prima fila per “chiedere”, una seconda fila per “progettare” cosa praticamente impossibile da fare da soli, terza fila si passa all’ordine, quarta fila si paga alla cassa. tempo complessivo utilizzato SOLO 6 ORE per 2 pensili che il trasporto fisso pesa solo per 200 euro fisse. Ma non è finita, premesso che avevo richiesto la consegna urgente, dopo 10 giorni provo a chiamare e l’inferno si ripropone, telefonate su telefonate, alla fine si trova la pratica, allora ikea ha dato la consegna ad un trasportatore che però non è lo stesso soggetto che dovrà montare i mobili… soluzione? penso di andare dai carabinieri a sporgere denuncia.
    saluti.


    sofonisba

  6. Ho arredato la mia nuova casa tutta (diciamo al 98%) da Ikea… Sono MOLTO soddisfatta, dei prezi, del risultato, dell’organizzazione…!!


    Simo

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